luna piena

Lupus in fabula – di Marco Albé

I mostri sono creature che appartengono al passato? O si tratta forse di parti molto antiche della nostra natura di esseri umani, sopite nella quotidianità moderna ma mai sparite del tutto?
Per la terza puntata di
Raccontare Mostri Oggi, un racconto di Marco Albé che parla di questo.

Nel villaggio di Aldo i vecchi credevano al lupo mannaro. Anche ai vampiri e alle streghe, a dire il vero, ma il licantropo era una specie di istituzione locale.

E siccome ormai nello sperduto borgo montano erano rimasti perlopiù solo gli anziani, queste storie Aldo le sentiva raccontare a ogni pie’ sospinto.

Certo, da bambino aveva rabbrividito — forse anche piacevolmente, lo ammetteva — sotto le coperte, nel buio, dopo aver ascoltato col fiato sospeso, dopo cena, qualcuna delle versioni più spaventose; ma ora era un giovane sano e un poco  disincantato, e questa roba  gli era venuta a noia da un pezzo.

Per fortuna come agrimensore della Comunità montana non gli mancavano le occasioni di potersi allontanare da quei contafrottole tabacconi e sentenziosi.
Ad esempio, dal nonno. Il nonno che lo aveva cresciuto affettuosamente e a cui voleva un bene dell’anima, ma che troppo spesso lo catechizzava fino alla noia con le leggende locali.

“Devi conoscere queste storie” diceva il vecchio, mentre la sera sedevano accanto al camino, “noi siamo la più antica famiglia del paese …”
A volte aggiungeva con un mezzo sorriso: “In tanti secoli, figuriamoci, abbiamo avuto anche noi qualcuno di loro tra gli antenati.”

Insomma la leggenda voleva che in quelle valli i licantropi non fossero troppo temuti. In antico, nelle notti di plenilunio, la gente se ne stava in casa e chi era affetto dal mal di luna si ritrovava sulla Croda Aguzza, dove era libero di scorrazzare, ululare e cacciare, se voleva, la selvaggina dei boschi. All’alba tutto tornava normale, e amici come prima.

Aldo pensava a queste cose mentre parcheggiava davanti alla vecchia Villa Grande, una vasta costruzione liberty abbandonata da decenni: ora un facoltoso imprenditore in pensione l’aveva acquistata e occorreva verificare le dimensioni e i confini del parco, confrontandoli con le vecchie mappe catastali.
Oltre il cancello cigolante, gli alberi, benché spogli, nascondevano in modo abbastanza inquietante la già scarsa luce del crepuscolo invernale. La luna – piena, notò Aldo con un sogghigno – era ormai alta a oriente. Con passo svelto il giovane  fu presto dinnanzi all’ingresso.

Una breve scalinata a due rampe, quindi una specie di ampio pronao. La pesante porta era accostata, ma non si vedevano luci. Eppure era in perfetto orario per l’appuntamento col notaio, e arrivando aveva notato una berlina ferma lungo il viale d’accesso.

Estrasse il cellulare, ma non c’era campo. Al diavolo anche gli orari sballati che gli toccava fare.

Entrò. Tenebra, silenzio e odore di umidità e di foglie morte. Esitò, poi avanzò. L’odore di muffa si faceva soffocante. Anzi, ora era un lezzo di cose marcite da tempo. Quasi di putrefazione, pensò.

Poi incespicò in una massa scura. Scostò la pesante tenda polverosa di una larga porta-finestra e il cuore gli balzò in petto. La luna illuminava il corpo di un anziano vestito con ricercatezza. Giaceva con le mani rattrappite sul petto e il volto deformato da una smorfia atroce. Il notaio, pensò Aldo chinandosi su di lui. Sembrava un infarto. Era accaduto da poco, si disse, il morto non c’entrava con quel fetore sempre più pregnante. Ma allora?

Qualcosa si mosse dal buio, e Aldo urlò di raccapriccio.

Perché, gli farfugliò il deliquio, i racconti dei vecchi erano veri, e per un istante fu certo di morire di terrore — come il notaio.

Nella penombra si ergeva un orribile cadavere livido e terroso. Ma gli occhi ardevano rossastri, e il mostro barcollava verso di lui tendendo mani enormi dagli artigli neri e spropositati. La mascella, più che aprirsi, cedette verso il basso e in un fetore di tomba rivelò le lunghe zanne contorte e acuminate.
Sibilando, il vampiro fu sulla vittima. Rantolando per l’orrore, ormai fuori di sé, Aldo reagì automaticamente, ma la carcassa ossuta e coriacea sembrava insensibile al parossismo di pugni disperati della sua preda, e la sua forza  demoniaca era spaventosa: con una sola trazione che slogò un braccio al giovane lo sollevò e lo scagliò attraverso la vetrata.

Aldo giacque sull’erba umida, gemendo fioco, e la la luna illuminava enorme e impietosa il suo debole dibattersi. Con movimenti legnosi, il vampiro uscì nel giardino.

Ora Aldo tremava scompostamente, ed emetteva grugniti e ringhi. D’un tratto balzò in piedi e corse incespicando fin oltre l’angolo dell’edificio, il volto tra le mani. Il mostro defunto lo seguì, barcollante ma inesorabile.
Improvvisamente ci furono un urlo, un boato, uno scrosciare di ossa frantumate. Poi squittii di terrore, come se un teschio cercasse di gridare.

Una volta il nonno aveva detto: “Non è che tutti loro diventassero lupi, eh. Dipende dal posto dove si nasce, o dagli antenati: da noi si diventa lupi, in Asia si diventa tigri, gli africani leopardi, in qualche posto orsi…”

E il nonno aveva ragione. In tutto. Anche che la nostra famiglia è la più antica del paese, anzi che è antichissima.

Così convenne finalmente Aldo mentre, torreggiante sui resti di una mostruosità maciullata, ruggiva alla madre luna sollevando le enormi fauci di allosauro mannaro.

Classe 1964, Marco Albé è un matematico in prestito all’astronomia. Aracnofilo, ama altresì la paleontologia, l’archeologia precolombiana, le lingue orientali, la poesia. Ovviamente, la SF e i classici della letteratura fantastica, da HPL agli edoardiani. Prova a scrivere.

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