Licho

Likho, il demone della foresta – di Ilaria Damiani

Per la prima puntata di Raccontare Mostri Oggi, una rivisitazione della storia di Likho, figura tradizionale del folklore slavo.


Diario di Ivan Dobrechev. 23 novembre
Non possiamo aspettare, dobbiamo ucciderla.

Oggi, dopo mesi, abbiamo rivisto Likho. Credevamo fosse scomparsa, ma i bambini del villaggio sono tornati dal bosco con mazzi di fiori. Erano fiori di felce, i fiori della strega!

Abbiamo imbracciato spade e torce e siamo andati al limitare della foresta.
Ed eccola, quale orrore! Era ferma tra gli alberi, pallida e ingobbita sotto gli strati di pelliccia. E quell’occhio! Quell’unico occhio mi fa tremare fino alla punta dei capelli. Ci fissava immobile e la sua bocca era storta in un sorriso malefico. Oh, che ribrezzo! E pensare che quel demonio ha con sé un figlio! Diventerà un mostro come lei, non oso immaginare le sventure che potranno compiere assieme.

Domani è indetto un consiglio al monastero e la mia spada è appesa alla parete. Sono pronto a usarla.


Likho voltò le spalle al villaggio e il suo sorriso svanì.

Perché, perché non capivano? Perché avevano terrore del suo volto? Eppure, lei cercava di fare del bene, dava loro i fiori di felce per guarire ogni male: erano la cosa più cara che aveva.

Aveva cominciato a percorrere il sentiero nel bosco quando un bambino le venne incontro.

«Madre» chiamò.

Le sue braccia affondarono negli strati di pelliccia e le diede un bacio sulla fronte, proprio sopra l’occhio. Likho lo strinse forte. No, era Dimitri la cosa più cara che aveva, il suo unico figlio.

Insieme si incamminarono verso casa; quando le luci del tramonto svanirono, erano già seduti davanti al camino.


Diario Ivan Dobrechev, 25 novembre
Proprio mi stupisce come i bambini non la temano. Ancora oggi sono tornati dal bosco con le braccia piene di fiori che, ovviamente, abbiamo tenuto: sembra davvero che guariscano ogni male.

Tuttavia abbiamo impedito ai bambini di uscire di casa, specie in seguito alla decisione presa al consiglio: domenica ci uniremo in piazza e marceremo armati nella foresta. È stata una scelta saggia: Likho è pericolosa e non possiamo rischiare che ci attacchi per prima. 


Likho sedeva al centro della radura, tra le mani aveva mazzi di fiori. Aspettava e aspettava. Ma nessun bambino giunse, nessuno che veniva ad accarezzarle i capelli, che giocava con il suo Dimitri. Attese fino al tramonto, poi si alzò. I fiori caddero sull’erba insieme a una lacrima.

«Hanno paura di me» sussurrò.

Dimitri la raggiunse afferrandole la mano.

«Perché dovrebbero?» chiese «Tu sei buona. Non piangere, madre. Torneranno».


Diario di Ivan Dobrechev, 28 novembre
Vittoria!

Oggi, come pianificato, siamo andati nella foresta. Abbiamo cercato in lungo e in largo. Di Likho non c’era traccia ma, quale sorpresa!, abbiamo trovato suo figlio.

Era fermo come un coniglio vicino al lago e, con la semplicità con cui si cattura un uccello, gli abbiamo gettato una corda al collo. Si muoveva e urlava come un piccolo demonio. E i suoi occhi! Erano spalancati e neri come il carbone, perciò non abbiamo esitato a cavarglieli.

Abbiamo cercato di estorcergli informazioni sul loro nascondiglio, ma quel bricconcello ha deciso di morire. Non abbiamo trovato Likho, ma siamo tornati vittoriosi: se quella strega è incapace perfino di proteggere suo figlio, forse abbiamo buone probabilità di ucciderla.

Ogni sera la aspetteremo al limitare della foresta e la sconfiggeremo una volta per tutte.


Likho cantava e danzava tra i fiori di felce. E danzava e cantava. Le sue mani sfioravano appena le radici, dove nascevano piante colorate. Queste, pensava, queste le darò ai bambini quando verranno a trovarmi.

Era grottesca, è vero, ma perfino il suo aspetto svaniva di fronte alle meraviglie che plasmava con la voce e con le mani.

Finché non udì il grido.

Si fermò con le braccia a mezz’aria e prese a correre nella foresta. 

«Dimitri!» chiamava a gran voce, ma non otteneva risposta.

Lo trovò molto tempo dopo. Era riverso nel fango e coperto di sangue, i suoi occhi erano nere orbite vuote. Si chinò sul corpicino martoriato e lo prese tra le braccia.

Era morto. Fu in quel momento che Likho gridò.


Si dice che dalle sue labbra uscì un tuono e che dal tuono nacque una pestilenza. Colpì il villaggio come una nube e nemmeno i fiori magici potevano guarirla.

Lontano, gli uomini morivano uno dopo l’altro.

Forse avevamo torto, pensavano prima di spirare, forse non era un mostro. Ma era troppo tardi.

Likho prese tra le braccia Dimitri e tornò nel bosco. Bruciò ogni fiore di felce.

«Mai più!» gridava tra le fiamme «Mai più vi darò modo di amarmi».

Quando anche l’ultimo petalo svanì in cenere, si caricò il bambino su una spalla e se ne andò. Da quel giorno, Likho sparì per sempre.

Si dice che un giorno Likho tornerà, ma nessuno sa sotto quale aspetto. Certamente non in quello di un mostro.

Forse perdonerà la stoltezza degli uomini e porterà ai bambini fiori di felce per guarire ogni male nel mondo.

Ilaria Damiani nasce a Cremona nel dicembre 1994. È un’infermiera e da sempre un’appassionata di magia e fantasia. Comincia a scrivere a dodici anni ispirata dai suoi sogni, che trascrive su carta per non dimenticarli. Fin da piccola ama raccontare storie fantastiche in cui mostrare la realtà attraverso il velo della fantasia.
A diciotto anni, pubblica il suo romanzo d’esordio “Il potere della fenice”, edito da I Doni delle Muse; il secondo volume, “Le ombre della guerra”, viene pubblicato nel 2015. Nello stesso anno partecipa alla raccolta “Un mattone per Gua” con il racconto “La donna che salvò Ghedi” e a “Leggende della tavola rotonda”, pubblicata per I Doni delle Muse, con “Il destino di Mordred” . Nel 2018 viene pubblicato “Lo spirito del bosco”, racconto edito da Historica edizioni.
Trova che l’ispirazione sia sempre dietro l’angolo, a patto di guardare il mondo con occhi diversi per saperla cogliere.

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