bosco

Il bimbo e la coccatrice – di Giuseppina Vanessa Sata

Tutti abbiamo sentito parlare di draghi, vampiri e sirene. Ma vi siete mai chiesti cosa succede se un serpente cova per nove anni un uovo di gallina?
Questa settimana, per la rubrica Raccontare Mostri Oggi, l’autrice Giuseppina Vanessa Sata ci parla di un mostro un po’ meno mainstream.

Finché non arrivarono gli uomini, quell’uovo era sempre stato lì; deposto da una gallina all’interno di un tronco e lasciato al proprio destino, finché un serpente curioso non decise di covarlo.

Una quotidianità durata ben nove anni, finché tre boscaioli non si accanirono su quell’albero, abbattendolo e schiacciando nell’impatto il povero serpente.

Qualcosa rotolò fino a sfiorare il piede di Mattia. Il bimbo guardò quell’uovo. Tenendo d’occhio suo padre e gli altri uomini, si chinò a raccoglierlo. Quando lo prese in mano, l’uovo si schiuse.

Il palmo rosa del bambino accolse una strana specie di lucertola. Aveva il becco di gallina e la testa piumata; il corpo allungato era quello di una lucertola con squame di un verde vivace, tuttavia, rannicchiate lungo la schiena, aveva due ali dalle piume verdastre.

Si guardarono. Gli occhi della creatura erano vispi, comunicavano intelligenza.

Mattia chiuse la mano a pugno e, volgendosi al babbo, disse: «Padre, io vado a cercare mirtilli». L’uomo lo liquidò con un “Fai attenzione”.

Il bambino corse via, felice di avere un segreto. Corse nel bosco, lungo un sentiero che vantava alberi alti e massicci, pieni di ramificazioni. Arrivò a una radura di arbusti e rovi. Ai lati c’erano due tronchi spezzati; Mattia li raggiunse aggirando spine e fogliame con abilità.

Si guardò intorno per assicurarsi che non ci fossero occhi indiscreti. Quando fu sicuro di essere solo, poggiò la creaturina su uno dei tronchi.

La guardò. Era rimasta ferma e lo stava fissando.

Allungò l’indice, timoroso che la bestia potesse morderlo.

Sfiorò le piume verdastre di quelle ali piccoline; lasciò che le sue dita scorressero su quel dorso squamoso fino a esplorare la coda.

I polpastrelli del bimbo avevano tastato il corpo di quella strana lucertola. Giorno dopo giorno, la osservò crescere,  chiedendosi a che specie appartenesse.

“Cosa sei?” ripeteva mentre la strana lucertolina accettava le molliche di pane che Mattia andava via via tirando fuori dalla tasca.

L’esserino lo guardava parlare. Ormai si stava affezionando a quel bambino che lo nutriva e accudiva. Era l’unico essere vivente a curarsi di lui e si comportava sempre con estrema dolcezza.

Ipotizzando che si trattasse di un cucciolo di drago, Mattia si ostinava a chiedere racconti e leggende agli anziani del villaggio. Non trovò nessuna descrizione che coincidesse all’aspetto della creatura, finché un giorno una vecchia gli narrò della coccatrice.

Metà lucertola e metà gallina, pericolosa perché capace di tramutare in pietra ogni creatura.

Mentre il bambino continuava ad andare a giocare con la creaturina, la coccatrice cresceva e gli uomini del villaggio cominciavano a chiedersi il motivo di tante domande e perché il piccolo andasse ogni giorno nel bosco.

Sembrava una giornata come un’altra. Il bambino non si rese conto di essere seguito; come al solito, appena arrivò nella radura, la sua bestiola gli corse incontro e lui le accarezzò la testa piumata. Era il primo gesto che faceva ogni volta che andava da lei.

Gli uomini che avevano deciso di seguirlo li videro. Avevano frainteso la situazione o forse finsero di non averla capita. Avanzarono con foga, pronti a scoccare frecce sul mostro.

La coccatrice, che fra tutte le creature non spiccava certo per coraggio, iniziò a sbattere le ali strillando come un pollo che viene spennato vivo.

«Coccò, coccò» vociava e nel frattempo zampettava a destra e a manca.

Mattia provò a difenderla. «Non è cattiva» urlò, spalancando le braccia quasi volesse proteggerla col suo corpo.

Ahimè, lui poteva proteggerla da tutto, ma non da se stessa.

La creatura iniziò a strillare e agitarsi; avvertiva il grande pericolo che rappresentavano quegli esseri umani. Correndo, con la punta della coda graffiò il braccio del bimbo.

Le abilità innate della creatura si liberarono. Era la sua difesa istintiva.

Pelle che divenne lentamente pietra; il corpo del bambino s’indurì prendendo l’aspetto di una statua. Mattia divenne un freddo pezzo di roccia con le braccia spalancate in un caldo gesto di protezione.

Gli uomini vociarono e la coccatrice fu accusata di essere un mostro.

Fuggì. Triste e sola. Aveva pietrificato l’unica famiglia che avesse mai avuto, il solo amico che aveva, e mai era stata considerata un mostro. Mai fino a ora.

Un giorno tornò nella sua radura. Tutto era come ricordava, eccetto per quella statua abbandonata lì sul prato. Mentre gli uomini avevano già dimenticato il piccolo Mattia, la coccatrice si attorcigliò ai suoi piedi e iniziò a beccarsi la coda con rabbia; finì per ferirsi così a fondo da non essere più immune a se stessa. Fu allora che divenne pietra e completò quella statua in modo che il bimbo non restasse solo.

Giuseppina Vanessa Sata è nata nel gennaio del 1987 a Erice. Vive a Marsala in provincia di Trapani.
Ha una passione per il medioevo e i romanzi dell’orrore ma predilige seguire l’istinto e scrivere tutto ciò che la fa stare bene.
Sogna dall’infanzia di affermarsi come scrittrice, ma soltanto intorno al 2016 ha iniziato a muoversi davvero per riuscire a farcela.
I suoi scrittori preferiti sono Stephen King, Tolkien e Ildefonso Falcones.

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