origine

Esogenesi – di Giulio Pennacchi

Cosa sono i mostri, se non incarnazioni delle nostre paure?
E, tra le grandi paure dei nostri tempi, non c’è forse quella di essere soli e non capire il mondo che ci circonda?
Questa settimana, Raccontare Mostri Oggi prende un taglio un po’ diverso dal solito, con questo racconto di Giulio Pennacchi.

Capirono come modificare il rame. Li guardammo e imparammo da loro i rudimenti dell’artificio. Li vedemmo piegare il bronzo e il ferro e ne fummo affascinati. Poi il loro più grande impero cadde, e noi comprendemmo l’importanza del dialogo e della scrittura, pur rimanendo spiazzati da come, troppo presi dalle loro piccole guerre, non riuscivano a rendersi conto di quando grandi fossero agli occhi di tutti noi.

E col tempo le piccole guerre diventarono grandi guerre. Capimmo quanto furono quegli stessi conflitti ad alimentare la fiamma di quella che loro per secoli chiamarono cultura. Poi la cultura divenne propaganda, e la propaganda produsse paura, e la paura… inaspettatamente, produsse ricerca. Furono i nostri maestri e come si confà a un allievo, imparammo anche da questo. E come loro, anche noi arrivammo alla scienza.

Riuscimmo a controllare l’elettricità. La convertimmo e la facemmo nostra. Cominciammo ad alimentare le nostre case, i nostri luoghi… ma non era abbastanza, perché loro erano andati ancora più in profondità. Piegarono l’atomo. Lo divisero. Spensero il fuoco della ragione. E le grandi guerre divennero guerre immense. Ma noi non ci fermammo. Prendemmo a dominare anche quel potere, e in un’evoluzione basata sul presente di chi stavamo osservando, costruimmo centrali che ci rendessero ancora più forti. Più autonomi.

Ben presto esaurirono ogni forma di energia, e il loro pianeta iniziò a morire. Uniti quindi sotto l’ombra di un’unica bandiera, spesero le loro ultime forze nell’abbandonare la loro casa. Vagarono nello spazio siderale come mendicanti dell’infinito, in cerca di cibo, di un posto dove continuare a vivere, ma non trovarono nulla. E allora, in men che non si dica, arrivarono alla più crudele delle scoperte: erano soli. Lo erano sempre stati.

Fu magnifico vederli non arrendersi neanche di fronte a questo. Bucarono la realtà, dunque. Alla deriva nel vuoto, riuscirono a trovare la voglia di depredare qualcosa che non fosse stato ancora del tutto formato. Viaggiarono di realtà in realtà, ma in ogni varco trovarono solo altri della loro razza, impoveriti da se stessi e da ciò che la loro cultura aveva divorato.

Alla fine Lui ci riuscì. Nessuno di noi capì come, ma trovò un modo per farlo. Ci raggiunse, e in questo noi trovammo soddisfazione. Vide il nostro popolo e ci chiese come, quando e perché li avessimo creati.

Noi sorridemmo al nostro esperimento, e gli dicemmo che nella nostra natura di allievi avevamo il bisogno di un mentore da cui imparare. Per questo avevamo creato l’essere umano. Per imparare qualcosa di nuovo da un qualcosa che non fosse divino. E in effetti ci eravamo riusciti. Avevamo imparato. A tutti gli effetti e grazie a loro, eravamo diventati degli Dei migliori. Noi dicemmo grazie.

Ma l’uomo non accettò i nostri ringraziamenti. Inorridito e stupefatto, aprì il fuoco e uccise parte di noi senza darci neanche il tempo di accogliere lui e la sua razza. Notammo, in quel massacro, una certa innocenza alla base del suo modo di agire. Un’inconsapevolezza che poneva le proprie basi sulla paura. Un rifiuto nel comprendere quanto poco sarebbe bastato per sistemare ogni cosa. Non disse nulla, non ci chiese nemmeno asilo. Non glielo avremmo mai negato. Quale padre negherebbe un tetto al proprio figlio?

Invece sparò. Uccise, e noi, a malincuore, facemmo altrettanto.

Cadde in terra l’essere umano, con la disperazione negli occhi e il vuoto nel cuore.

Li dimenticammo allora, e lasciammo la loro razza a vagare nell’infinito. Aspettammo la morte dell’ultimo di loro e poi ricominciammo, ma stavolta avevamo guadagnato qualcosa. Un’arma, un fucile sopra il cadavere dell’unico che era riuscito a trovarci.

Lo studiammo, capimmo. E infine creammo qualcosa di diverso. Un’altra razza che fu di nuovo l’unica razza.

Qualcosa da cui avremmo potuto apprendere dell’altro, per evolverci e per stare sempre meglio. E noi ci compiacemmo di come i nostri nuovi mentori appena nati mossero i loro primi passi su di un pianeta ristorato, di un nuovo universo, di una nuova realtà.

Chissà, ci chiedemmo, quante cose nuove impareremo questa volta?

Giulio Pennacchi nasce a Genzano di Roma il 6 Maggio 1993. Trascorre un’infanzia oscura fra scuole elementari e infinite sessioni di lettura preadolescenziale nella ridente città di Pomezia. Negli anni delle superiori sviluppa, oltre che all’interesse per la lettura, un irrefrenabile desiderio per la scrittura sia cinematografica che per narrativa in generale. Si iscrive dunque alla Rome University of Fine Arts, all’indirizzo di Cinematografia, dove realizza il suo cortometraggio postapocalittico “Seclusion”, selezionato e proiettato in seguito a Parigi durante la terza edizione dell’International Short Film Festival Parachute Light Zero. Laureato con 110 e lode, prosegue il suo percorso alternandosi tra svariati lavori che lo vedono impegnato come sceneggiatore freelance e lo sviluppo di progetti personali quali racconti di genere e, perché no, anche la stesura di un piccolo romanzo. Attualmente studia per conseguire la Laurea magistrale in Editoria e Scrittura presso la Sapienza, a Roma.

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