dark street

Du’ Colpi – di Nichiran Ichiro Hondo

“E se dal Giappone non avessimo importato solo sushi e sashimi?”
Questo si chiede l’autore del nuovo episodio di Raccontare Mostri Oggi, ed è così che decide di prendere ispirazione dagli yokai del folklore giapponese per creare figure inquietanti da inserire in un contesto contemporaneo occidentale.

Erano da poco passate le 3.30 del mattino. Roberto e il suo collega Giuliano erano di pattuglia per le strade di un piccolo e insignificante paesino dell’hinterland milanese. Uno di quegli squallidi e scialbi paesini dormitorio dove la vita mondana si concentra solamente nel viale principale del paese, mentre le altre vie rimangono deserte e, a giorni alterni, buie.

I due ragazzi, poco più che trentenni, dal viso curato, chiacchieravano del più e del meno. I loro corpi atletici erano tutti agghindati e lustrati nelle nere uniformi di ordinanza e l’auto di servizio placidamente perlustrava le vie deserte e nebbiose di in un mese di aprile che sembrava essersi mascherato da novembre inoltrato.

Giuliano non perdeva mai l’occasione di ammirare le ragazze che incrociava sul cammino e di commentare laconicamente “Anvedi che pezzo di Fregna, du’ colpi je li darei a questa.”

A queste esternazioni, Roberto non dava particolare risposta se non il suo silenzio; talvolta si limitava a rispondergli: “Ma le battezzi tutte te? Basta che respirino!”

E di rimando il collega rincarava la dose: “Sempre, la fregna va sempre battezzata.”

Mancavano circa tre ore alla fine del turno notturno, la stanchezza iniziava a farsi sentire e le ore sembravano non passare mai. La notte era al culmine della sua oscurità e le tenebre avvolgevano con il loro manto ogni cosa, tanto che i lampioni a malapena rischiaravano le strade. Le poche persone che si incontravano, fossero esse a piedi o in auto, erano i temerari della notte che rincasavano dopo i bagordi notturni.

L’autopattuglia, prima ferma al semaforo, girò a destra, imboccando il vialone che costeggiava il cimitero del paesino. Era un vialone ampio a doppia corsia per senso di marcia con un’isola centrale.

Una sagoma oscura camminava in lontananza; probabilmente, rincasava dopo una notte brava. Di sicuro, non era una professionista della strada, quella non era una loro zona.

Roberto e il collega continuavano nei i loro discorsi quando l’occhio lungo di Giuliano identificò la figura che lentamente camminava sul marciapiede. Giuliano mise una mano sulla sua spalla esclamando: “Rallenta, rallenta! Una fregna fotonica all’orizzonte!”

Gli occhi di Roberto saettarono al cielo con rassegnazione;  iniziò a scalare le marcie. Giuliano sentì il suo corpo venire inondato di ormoni e massaggiandosi il pacco si preparò a un approccio degno di un lord inglese alla corte della regina Elisabetta.

I due erano ormai in prossimità della ragazza, che dava le spalle agli agenti. Giuliano, quando ormai pochissimi metri li separavano dalla sventurata, abbassò il finestrino ed esordì: “Cosa ci fa una bella ragazza come te, sola per strada, a quest’ora della notte? Vuoi un passaggio a casa?”

La ragazza arrestò il passo; anche l’autopattuglia si fermò. Sul viso di Giuliano era stampato un sorrisetto malizioso e sornione sul quale contava sempre, assieme al suo visetto d’angelo, per far colpo sulle ragazze e aggiungere nuove tacche alla sua cintura di maschio.

La ragazza portava i capelli lunghi, di un nero corvino e leggermente mossi. Indossava un giubbetto per ripararsi dal fresco della notte; la minigonna che lasciava scoperta buona parte delle cosce faceva dedurre che fosse di ritorno da una serata in discoteca.

Gli ormoni di Giuliano erano al massimo e i suoi occhi brillavano di desiderio; decise di rincarare la dose: “Non hai paura dei malintenzionati? Ci siamo noi a proteggerti, se vuoi.”

A quelle parole la ragazza lentamente iniziò a girarsi con un movimento leggiadro e sensuale. Il suo volto fu piano piano illuminato dalla fioca e giallognola luce dei lampioni. In un attimo, lo sguardo di Giuliano perse tutta la sua tracotanza, un misto di terrore e stupore si dipinse sul suo volto.

“Ma che ca..” fu ciò che riuscì a dire.

Davanti ai suoi occhi si palesava una bellissima ragazza con due ammalianti occhi azzurri. Ciò che pietrificò l’agente era che leggiadramente un paio di mustacchi alla Hercule Poirot, folti e ondeggianti, facevano capolino da sotto al naso dell’avvenente fanciulla. Fu proprio lei a rompere il silenzio; con voce baritonale disse: “Che… Du’ colpi non me li voi più dare?” esplodendo poi in una fragorosa risata.

Ripresosi dallo stato in cui versava, Giuliano gridò a Roberto di correre e tornare in caserma più presto che poteva. Roberto non se lo fece ripetere una seconda volta e la pattuglia si dileguò verso la fine del viale.

Più tardi, quando ormai era a casa, Giuliano cercava di riprendersi dagli eventi di quella notte; nelle sue orecchie ancora risuonava la risata di quell’orrenda creatura. Alzandosi dal letto, si diresse in bagno per pisciare. Entrò in bagno e si diresse verso la tazza.

Finita la pisciata, girandosi, si trovò faccia a faccia con l’orrenda creatura baffuta che strettolo a sé disse: “Che, quei du’ colpi non me li dai più?”

L’autore è Nichiran Ichiro Hondo, pseudonimo dell’italianissimo Diego Vito. Nato nel 1986 a Milano, il suo pseudonimo completo si rifà agli antichi nomi feudali giapponesi dei samurai. 
Nichiran significa Orchidea Sole, Ippo significa un passo e Hondo significa  Sala principale di un tempio buddista (insieme a Nichiran, riferimento al suo credo buddista).
Cresciuto con letture che andavano da Dracula di B. Stoker ai Piccoli Brividi (tutti letti alle scuole medie), negli ultimi anni si concentra sul portare in Italia lo stile letterario nipponico chiamato Kwaidan o Kaidan, ovvero storie bizzarre di yokai, i mostri del folklore giapponese, attualizzandolo al nostro secolo e all’Occidente, inventando le storie basandosi sulla tradizione ma creando anche i propri mostri.
Ha aperto un blog su wordpress dove pubblica le versioni integrali dei suoi racconti.

Per avere un’idea del genere, potete dare un occhio a questo articolo, ispirato proprio a un racconto kaidan tradizionale

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