Buon pasto, buona notte – di Alessandro Manzato

Nell’era della globalizzazione, cosa succede se una figura del folklore orientale si scontra con un demone nostrano? Questa settimana, per la rubrica Raccontare Mostri Oggi, un racconto di Alessandro Manzato.


Dopo aver salutato gli ultimi amici, Edoardo si girò a osservare il suo appartamento. Bottiglie di birra vuote e cartoni di pizza da buttare nella spazzatura, bicchieri e posate da lavare, briciole da scopare via, più sedie e una serie di oggetti da risistemare al proprio posto.

«Il prezzo della felicità» mormorò mentre, con passo reso malfermo dall’alcool, si metteva a riordinare. Provava ancora un piacevole senso di stordimento – che attribuiva tanto alla birra quanto alla compagnia degli amici – ma questo non lo rese meno metodico ed efficiente nel ripulire. Dopo una buona mezz’ora di lavoro aveva già finito.

Fece ancora un giro per il suo appartamento, verificando di non aver tralasciato nulla, finché non dovette rassegnarsi all’aver messo tutto in ordine. Lo attendeva ora un compito ancora più ingrato: andare a letto.

Un tormento per lui, perseguitato da ricorrenti incubi che non lo lasciavano riposare, lo costringevano a girarsi e rigirarsi nel letto in preda a visioni indefinite e terrificanti, pregando che quando avrebbe aperto gli occhi fosse spuntato il sole. Alla fine, incapace di trovare altro rimedio, aveva cominciato a prendere dei sonniferi: in quel modo precipitava in un sonno senza sogni e si svegliava stanco, come se neanche avesse chiuso gli occhi. Ma era meglio degli incubi.

Quella sera però non poteva concedersi neppure una simile parvenza di riposo. Mischiare farmaci e alcool non era mai una buona idea, così si rassegnò a passare una notte agitata dagli incubi. Poi, l’occhio gli cadde sul regalo che Michele gli aveva portato.

Si trattava della statua di un tapiro in finta porcellana, dalla fattura alquanto dozzinale in realtà, che l’amico aveva acquistato in Cina… o forse in Giappone, non ricordava esattamente. Michele gli aveva detto di metterla sul suo comodino, in modo che “vegliasse sul suo sonno e divorasse ogni incubo”.

Edoardo scosse la testa. L’amico non era cambiato da quando si erano conosciuti a scuola. Era sempre stato un girovago e un viaggiatore intraprendente, ma anche un sognatore che credeva a miti e leggende con l’ingenuità di un bambino. Al contrario di Edoardo, un razionale – o uno scettico, come lo definivano parenti e conoscenti – che credeva solo a quanto era dimostrabile. Quando Michele si metteva a raccontare storie di fantasmi, folletti, spiriti e menate varie lo ascoltava sempre con un sorriso ironico e condiscendente. Quelle fiabe per bambini e ingenui con lui non attaccavano.

Ma questo valeva di giorno, alla luce del sole o in compagnia delle altre persone.

Quando invece scendeva il buio e gli incubi si affacciavano al suo sonno disturbato, era difficile anche per lui non pensare di essere perseguitato da qualcosa: un malocchio, uno spirito, un demonietto, qualsiasi cosa. Era difficile, quando si svegliava nel cuore della notte sudato e ansimante, credere che fossero solo la sua immaginazione e i nervi stremati a fargli intravvedere allo specchio della sua camera un essere scuro e peloso, piccolo e gobbo, raggomitolato sopra la sua pancia e sogghignante. E solo a ripensare a quei momenti, a ricordare che avrebbe dovuto affrontarli in quella notte, sudava freddo.

«Ma sì, in fondo cosa mi costa?» Mise la statuetta sopra il comodino e andò a letto. Lesse un libro, come faceva sempre quando non poteva prendere i sonniferi, ma presto le parole stampate presero a confondersi tra loro, a farsi vaghe, inconsistenti.

Cercò di non arrendersi al sonno, non ancora, e di concentrarsi sul caso del Mastino di Baskerville e sulle deduzioni di Sherlock Holmes. Ma presto la figura del cane demoniaco al centro del romanzo si trasformò in un essere ben diverso: una bestia a quattro zampe, più grossa di ogni cane, le zampe da orso, una proboscide da pachiderma. Possente e minacciosa, eppure placida. A passi lenti la creatura si diresse verso di lui, no, verso lo spiritello gobbo e scuro che stava sopra il suo petto, schiacciandolo. Quest’ultimo inarcò la schiena e, mostrando le piccole zanne acuminate, soffiò come un gatto contro il chimerico tapiro. Come se non l’avesse sentito, la bestia estese la sua lunga proboscide verso lo spiritello e, ignorando il suo agitarsi, mordere e graffiare, lo risucchiò. Fece poi un verso, come di soddisfazione per il pasto concluso. Infine estese la proboscide anche verso Edoardo…

Stava bene.
Questa fu la sorprendente sensazione di Edoardo una volta riaperti gli occhi. Non si sentiva stanco, né assonnato. Il libro giaceva a terra, le pagine scompigliate, la luce ancora accesa. Non ricordava di essersi addormentato. Più importante, non ricordava di aver sognato. Nessun sogno, ma neppure nessun incubo. Si girò di lato, osservando la figura del tapiro sopra il suo comodino. Poi scosse la testa.

«Ma cosa vado a pensare. Tapiri mangiasogni… figuriamoci!»

L’autore, Alessandro Manzato, si definisce un vorace lettore, con una predilezione per la letteratura fantastica nel suo senso più ampio. A lungo appagato dalla sola lettura di libri, non sente il bisogno di scrivere fino alle superiori quando, la mattina di una noiosa lezione a scuola, per far passare il tempo si mette a scribacchiare su un foglietto di carta il suo primo, breve racconto. Da allora continua a scrivere racconti brevi e saggi; superata la ragguardevole età di un quarto di secolo non ha ancora smesso. Ha conseguito la laurea in Storia, altra sua grande passione insieme alla scrittura e al fantastico.

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