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Parla Ngenechen: l’importanza del dialogo

Al pubblico italiano, e più in generale europeo, è difficile che il nome di Ngenechen dica qualcosa. Se però ci spostiamo in Sudamerica, per la precisione presso il popolo mapuche, scopriamo che si tratta di una delle divinità più importanti e venerate della regione.

Cominciamo con una domanda generale: cosa vuol dire essere un dio al giorno d’oggi?

Viviamo nell’epoca della globalizzazione. Un tempo, le divinità erano divinità di un singolo popolo. Oggi, siamo tutti sul mercato globale. Figli di persone che ti hanno venerato per generazioni si rivolgono a dèi nati dall’altra parte del mondo. Un viaggiatore venuto da chissà dove può trovarsi a passare per caso da un tuo luogo sacro e decidere di onorarti.

Quali sono i vantaggi e quali le criticità?

Personalmente, preferivo il vecchio sistema. Oggi abbiamo divinità più potenti, ma meno presenti. Se sei responsabile di una tribù, puoi agire davvero in base alle loro esigenze. Se vuoi prenderti cura dell’umanità intera, è inevitabile che le cose si complichino.

Parliamo del tuo rapporto con i mapuche. Quando è nato?

Sono stato al fianco dei mapuche fin dalla nascita del loro popolo. Ma, ahimè, riconosco che all’inizio con loro ho fatto degli errori.

Ce ne vuoi raccontare qualcuno?

Ce n’è uno, in particolare, che ricordo con grande dispiacere: non aver saputo comunicare con loro nei primi tempi.
Vedete, al principio del nostro rapporto regalai ai mapuche un albero, l’aracuria. Loro si riunivano presso il suo tronco a pregare e venerarmi, ma non ne mangiavano mai i frutti. All’inizio, non feci caso alla cosa, o meglio, la trovai strana ma non le attribuii alcuna importanza.

Poi venne la carestia…

Esatto. E non capivo perché, mentre alcuni di loro morivano di fame, nessuno raccogliesse i pinoli dell’aracuria per mangiarli. La cosa mi mandava in bestia, li osservavo e non mi capacitavo della loro stupidità.
Alla fine, presi le sembianze di un vecchio e mi avvicinai a un giovane che andava per la via. Lui era abbattuto perché non era riuscito a trovare cibo per sé e per i suoi cari, io gli chiesi perché non mangiassero i pinoli. La sua risposta mi lasciò esterrefatto.

Cosa disse?

Che nessuno di loro aveva mai toccato i frutti dell’aracuria, perché ritenevano che Ngenechen vietasse di mangiarli. Ovviamente, io non avevo mai detto nulla del genere.

E allora, cos’era successo?

Un malinteso. Avevo detto che quello era un albero a me sacro, e loro avevano pensato che mi sarei offeso se ne avessero toccato i frutti. Quando me ne sono reso conto, mi sono sentito stupido io.

Per non aver mandato un messaggio chiaro?

Sì, ma soprattutto per non essere intervenuto subito a sanare il malinteso. Con il tempo, ho imparato che la comunicazione è una cosa complicata, che richiede impegno. Credo che molte divinità sottovalutino questo aspetto e non si preoccupino abbastanza di come le loro parole vengono recepite dai loro seguaci.

La storia dei mapuche però ha un lieto fine

Assolutamente sì. La farina ricavata dai pinoli di aracuria è diventata parte fondamentale della loro alimentazione e molta gente è stata salvata dalla fame.

Grazie per il tuo tempo. Hai delle ultime parole per i nostri lettori?

Parlate con le persone. Se non capite i loro comportamenti, chiedete. Oggi, tra le divinità va di moda dichiararsi onnipotenti e onniscienti. Io credo che, davanti alla mente umana, nessuno possa essere davvero onnisciente. Ma non bisogna avere paura di ammettere i propri limiti, soprattutto quando farlo serve ad aiutare gli altri.

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